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No ção em cada altura…

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Tema del giorno
No ção
Em cada altura
há um baxio
suportando o alto

Giornata di passaggio. Abbiamo cambiato motorista. Ju Ju, il vecchio motorista, permaloso e pizzoso come pochi, ha deciso che lui era un “Motorista” ed in quanto tale non era suo compito aiutarci a caricare e scaricare l’attrezzatura. Ce l’ha comunicato a suo modo, con la grazia che lo contraddistingue. Ha borbottato per tutto il viaggio. Imprecando più del solito contro i pedoni o qualsivoglia macchina, chapa o carretto che non si metteva da parte al suo passaggio. Arrivati alla scuolina ha steso il sedile ed è rimasto sdraiato in quella posizione, (che poi sarebbe la sua posizione di guida se non gli avessimo fatto notare che il passeggero dietro di lui rimaneva leggermente ed incomodamente schiacciato). Lì sdraiato senza nemmeno aprire il portabagagli. Muso rabbuiato. Ma questa non è una novità. Lui ha sempre ragione e bisogna fare come dice lui, sempre e comunque. La cosa non ci ha sconvolti più di tanto, anzi abbiamo, io e Giulio, accettato la cosa con una certa soddisfazione. Così come all’improvviso come cittadini oppressi si apprende la fine di una tirannia. In realtà ci sembrava di essere noi gli “impregati” di Ju Ju e non lui il nostro impregato.
Abbiamo semplicemente cambiato motorista e che Dio ce la mandi bene che l’anno scorso ne abbiamo passati 5. Questa delle nostre relazioni con i motoristi, sarà una futura pagina del nostro diario. Oggi non c’è tempo. Parliamo di cose serie. O quasi.
Mattinata passata a tirare le fotografie. In premio il calendario. Chiaramente Nelson ha avuto da ridire. Ha detto che lui non era interessato al calendario, seppur realizzato e prodotto da noi, ma a qualcosa di più materialmente consistente. All’inizio queste uscite di Nelson mi spiazzavano. Poi ci ho fatto l’abitudine. Se gli do uno si lamenta perchè sarebbe più giusto dargli due, se gli do due si lamenta perchè sarebbe più giusto che gli dessi 4 e così via. L’altro giorno gli ho chiesto se era sicuro di voler fare il grafico perchè secondo me ha una certa attitudine a fare il commerciante. Mi ha guardato perplesso, gli altri hanno riso. É comunque uno dei più puntuali e dei più assidui e se prende un impegno lo mantiene e si impegna, anche se a modo suo, per la buona riuscita dell’impresa. Alla fine c’è sempre una piccola coda polemica. A questo giro gli ho semplicemente comunicato che non si doveva preoccupare, che anche se vinceva lui il calendario non glielo avrei dato. Ci ha pensato e mi ha risposto che per lui andava bene così. Anche per me.
E la storia si è conclusa lì. Almeno spero.

Il tema del giorno ci ha portato sostanzialmente in due direzioni. Chi, tra gli allievi ha colto oltre a quello emozionale anche un senso logico alle parole, l’ha inteso come fotografia della realtà del mondo ed in particolare della propria. Cioè il benessere di pochi benestanti poggia sempre su di una larga base di nullatenenti disperati. Abbiamo cercato di andare un po’ oltre, tra chi come Justino che come al solito voleva interpretare ed imporre quelle che secondo lui erano le vere intenzioni del poeta, quindi secondo lui tutti gli altri stavano sbagliando … ed io che come al solito cercavo di fargli capire che una stessa cosa, uno stesso suono, uno stesso verso può essere vista o sentito da diverse angolature, da diversi punti di vista come del resto nella fotografia e suscitare sensazioni differenti, rimandare a sintesi diverse…
Ed oltretutto non mi interessa una analisi filologica, aggiungo ora, bensì momenti di riflessione che partano da un seppur minimo sommovimento interno.
Quelle che erano le reali intenzioni del poeta secondo Justino, nessuno, tantomeno il sottoscritto è riuscito a capirlo, perché alla fine Justino si è intrecciato su se stesso e a clamor di popolo ha dovuto abbozzarla che ci stava letteralmente sfiancando. Abbiamo comunque trovato in fondo alla strada un’altra possibile interpretazione. Qualsiasi cosa si voglia costruire, abbisogna di una solida base per svilupparsi verso l’alto, anche questa metafora dell’operare umano.
Il racconto di oggi ci ha dato lo spunto per affrontare un argomento molto delicato.
Una delle maggiori difficoltà che ho incontrato lungo questo, seppur breve percorso è la mancanza di cooperazione e di solidarietà fattiva tra la gente, anche tra i più messi male. In laboratorio uno dei tasti su cui ho più battuto è quello di far lavorare i ragazzi insieme. Di creare dei piccoli team in cui “aggregare” più intelligenze. Sia come momento di confronto che come momento di cooperazione fattiva. Di stabilire relazioni di aiuto reciproco nonché di scambio, momenti di responsabilizzazione. In questa direzione ho dovuto superare difficoltà molto grandi. Fintanto che ci sono e supervisiono il tutto, in modo o in un altro, si riescono a stabilire termini di cooperazione e di aiuto reciproco, appena vado è come se la comunicazione si interrompesse, i legami di solidarietà e di aiuto reciproco si dissolvessero ed ognuno torna ad essere una piccola isola, quasi indifferente all’intorno. E’ molto difficile in generale, mi sembra di capire, stabilire momenti di scambio e di crescita comune, formare delle equipe, dei team solidali che lavorino in sintonia. Rispetto all’esterno è già tanto quello che siamo riusciti ad ottenere nel laboratorio. Ma d’altro canto penso che se tra disagiati non si riescono a stabilire vincoli di solidarietà e capacità di cooperazione, forse solo di comunicazione, se non si uniscono le intelligenze, le sensibilità e le esperienze, la strada verso uno sviluppo si fa veramente difficile se non impossibile.
Il pretesto fornito dalla storia narrata e che ho posto come interrogativo è “se è accettabile, giusto, forse semplicemente sano, che un amico rubi ad un altro amico”. La maggior parte degli allievi con varie e simpatiche nonché spiazzanti sfumature ha risposto che questo è normale. La vita è così, procede in questa direzione, Così come un padre può rubare ad un figlio o viceversa. Così come se lavori insieme alla lixeira è consuetudine che un ragazzo più grande e più forte si tenga tutti i guadagni e non li distribuisca a quelli più piccoli o deboli di lui. Magari qualcuno ha aggiunto con fare estremo, io se un amico mi ruba lo picchio di brutto così la prossima volta ci pensa due volte prima di rubarmi di nuovo. O “è normale ma io gli spezzo le mani”.
Juel mi ha detto portando l’esempio del fratello che ha smontato 12 chapa dal tetto di casa (onduline di zinco che solitamente rivestono le case del bairro) e le ha rivendute per pagarsi da bere lasciando la casa senza tetto “Non puoi dire tu non sei più mio fratello, un fratello rimane un fratello anche se ti ha rubato. Un amico rimane un amico”. Anche se lungo il dipanarsi del nostro confronto ha poi affermato “Paolo non è più mio amico perché mi ha rubato la ragazza”.
Ho chiesto loro se quando vengono a casa per lavorare il fine settimana devo stare con gli occhi aperti e controllarli. Mi ha risposto Nelson. “se un amico ti viene a trovare non lo devi mai lasciare da solo in casa, se devi uscire, magari lo chiudi dentro finché torni, così non può andare via con la tua roba…” Altri hanno affermato che se un amico ti ruba vuol dire che non è più un amico. Mavo ha affermato che innanzitutto bisogna capire perchè ha rubato, se per bisogno impellente, perché ubriaco ed incapace di intendere etc…, un errore si può ammettere come un momento di debolezza, un modo di fare no.
Ho chiesto loro come mai nel bairro si usasse infilare un ladro che aveva rubato nelle case dentro un copertone e poi dargli fuoco… so anche che la maggior parte delle baracche del bairro non hanno porte vere, o semplicemente un accenno di porta. “E’ perché non puoi permettere che ti vengano a rubare in casa il poco che hai… quando torni a casa devi trovare quello che hai lasciato”.
Poi mi hanno raccontato che non si usa più, dal giorno di un tragico errore. Avevano rubato nelle case e gli abitanti erano molto arrabbiati. È successo che un brav’uomo è uscito di casa per andare a lavorare, un uomo religioso ed un buon padre di famiglia. Ha salutato la moglie e si è avviato. Il caso o la sfortuna ha voluto che attraversasse proprio quel “baruglio” di folla. Qualcuno tra la folla ha inteso riconoscerlo come il ladro di “appartamenti”. la folla inferocita ed incattivita lo ha acciuffato e senza pensarci su gli ha infilato il copertone e gli ha dato fuoco… la moglie avvertita è arrivata trafelata accompagnata dai vicini, tra urla di dolore e disperazione… i chiarimenti sono stati tardivi. Da allora nessuno se l’è più sentita di ergersi a giudice…
Domanda che mi sono posto e che ho rilanciato “La cooperazione, il mutuo aiuto abbisognano come collante di fiducia, come si possono stabilire termini di cooperazione tra la gente se nemmeno tra amici esistono legami di fiducia?”

Vi lascio con questo interrogativo.

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