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L’occhio perduto

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Makhulu Mamba mi apparve per la prima volta da una nuvola di fumo e sabbia in un pomeriggio di attesa e di vento. Eravamo sulla piazzola all’ingresso della Lixeira. I camion della spazzatura sembrava non volessero arrivare quel pomeriggio, il bottino della giornata era stato scarso ed il tempo si strascicava ancor più lento.
Distesi in linea contro il muro grigio coperto di fuliggine, un gruppetto di ragazzi succhiava da alcune arance un po’ passate. Le avevano catturate sul camion del mercato all’ora di pranzo. Altri, ragazzi e bambini giocavano a pallone oltre una tenda di fumo, i raggi del sole a delinearne i contorni. Una linea luminescente a santificare in silouette i volti neri.
Le scarpe più disparate, per lo più spaiate, rattoppate, bucherellate, sguaiate ma sopratutto, quelle dei bambini over size. I piedi scalzi e callosi, segnati. La palla una sfera quasi perfetta di stracci appallottolati e tenuti insieme da pezzi di corda sfilacciata. Nugoli di polvere e di urla la inseguivano.
Altri ancora giocavano miti ed accorati un loro gioco fatto di piccole buche scavate nel terreno, tante, e sassolini che passavano di buca in buca e che io non ho mai capito. Accovacciati in cerchio, completamente presi dal gioco ed estraniati dall’intorno. Qualcuno approfittava di quelle ore di attesa per ordinare il proprio scrittorio o smontare, suddividere, spaccare pezzi meccanici o rimasugli elettronici. Mentre il terreno sabbioso inghiottiva pozzanghere di spesso olio minerale, nero ed abbrustolito.
Portava un sacco sulle spalle. Makhulu Mamba. Mani grosse da minatore ricoperte da una patina di nero, come del resto il sul volto. Capelli, corti raccolti ed intrecciati a piccole ciocche che mi sembrava sul capo brulicasse una parure composta da piccoli vermi sinuosi o da teste di serpente. Non molto alto, volto squadrato, lineamenti precisi, sguardo furbo di chi la sa lunga.
E’ il play- boy della lixeira anche perchè, come poi mi spiegarono i ragazzi del laboratorio, approfittando del fatto che vive ancora in famiglia, investe buona parte del suo tempo libero e dei proventi del lavoro alla lixeira nonchè parte del suo bottino in natura per conquistare le ragazze. Dopo di che molto divertiti mi mimarono la sua tecnica di approccio ed abbordaggio. Molto diretta ed essenziale, perchè Makhulu Mamba è un tipo pratico che va comunque e sempre al sodo senza perdere tempo anche perchè, lui tempo da perdere non ne ha.
Makhulu Mamba mi si fermò davanti. Mi sguardò con l’unico occhio rimastogli e l’aria da sfida, l’altro, vuoto, tappato dalle palpebre. Poi all’improvviso cangiò espressione, lanciò nell’aria una battuta in shangàn, che provocò un po’ di allegria a giro e riprese la sua strada sculettando col culo a punta per poi all’improvviso far finta, ma questo l’ho capito poi, di inciampare e schiantarsi per terra col suo sacco.
In laboratorio dopo aver visionato le foto catturate nel pomeriggio, chiesi ai ragazzi se qualcuno di loro conosceva Makhulu Mamba.
“Siamo dello stesso gruppo nella lixeira… ci dividiamo i guadagni della lixeira e mangiamo insieme il cibo che catturiamo…” mi risposero alcuni. “siamo cresciuti insieme” dichiarò asciutto Zaccaria e aggiunse Nuro compiaciuto “balliamo insieme nel gruppo hip hop della lixiera”.
Di fatto come potei in seguito constatare Makhulu Mamba è un danzatore provetto, uno dei migliori della lixeira. Su una base musicale, quel filone musicale tipico del Mozambico, molto ritmato, quasi ossessionante, che qui chiamano “chigumbaza” o al semplice battito di mano o di un qualche attrezzo raccattato contro una latta metallica, il gruppo improvvisa le danze. Uno alla volta, a rotazione. Un danzatore abbandona la scena, ne entra un altro.
Sciolto e dinoccolato come se gli fossero saltate tutte le articolazioni ed i legamenti, Makhulu Mamba padrone di una mimica impressionante, durante il suo piccolo show danzante, improvvisa schetch di fantasia. Magari qualcuno già sperimentato altri improvvisati. Muove in modo sincopatico, a ritmo con le scariche di musica, il corpo, gli arti, il collo, il viso, il torace, il bacino o qualsiasi altra parte del corpo e di volta in volta si trasforma in burattino, robot, guerriero fiero o terrorizzato passante mentre il volto assume in modo meccanico le smorfie da ubriaco, stupito, meravigliato, disgustato, schifato, infatuato, isterico e tutto ciò che l’atmosfera del momento e la sua fantasia possono suggerire per poi passare all’improvviso in sequenza da una smorfia all’altra. Il tutto chiaramente condito da salti acrobatici, di quelli che mandano in brodo di giuggiole le ragazze, in visibilio i loro occhi. Riscaldano il loro cuore e ne stimolano i desideri. Comunque centellinati da sapiente ed a volte inaspettata cadenza. “Dato che,” – come sottolineò quel pomeriggio con orgoglio Nuro – “…alle nostre feste i fagioli non mancano mai!…. “
Chiesi se qualcuno poteva raccontare la storia di Makhulu Mamba.
Mi raccontarono che Makhulu Mamba aveva perso l’occhio in una notte di estate qualche anno prima.
Ci sarebbe da precisare che il tempo e la considerazione o percezione del tempo stesso, tra gli allievi del laboratorio, sembrano essere un po’ diverse dalle nostre, perlomeno dalla mia, per cui non saprei esattamente dire in cosa potrebbe corrispondere nella nostra rigorosa dimensione del tempo, matematicamente oggettiva, quel qualche anno fa. O rispetto ai miei parametri ed in quale misura i ragazzi potessero considerare giovane oppure vecchio una qualche persona o un accadimento. In realtà non sono riuscito a trovare un fattore preciso di comparazione in questa direzione come potrebbe essere il rapporto univoco di cambio tra due monete, ma penso alla fine di aver capito che ognuno dei ragazzi avesse una propria percezione del tempo ed anche delle distanze.
Una volta hanno raccontato di una coppia di anziani a cui piaceva l’alcool e che poi ubriachi inevitabilmente litigavano. Una storia raccontata in modo gustoso e che comunque sembrava divertirli molto. Le battute, i sorrisi complici, i commenti, le osservazioni sul tono delle voci dei protagonisti, del loro modo di muoversi e di incedere nel mondo, gli sguardi. Alla fine della storia e della seguente rappresentazione del litigio tra i due, chiesi “che età hanno i due vecchietti?” mi risposero “più o meno ventisette anni”. Qualche giorno dopo chiesi ad Alburquerque, uno dei nostri allievi, “Quanti anni hai” “Ventotto” mi rispose. Chiesi agli amici “ma lui è giovane o vecchio?” “é giovane” mi risposero tutti.
Una delle considerazioni che mi ha attraversato è che per loro Aburquerque a differenza della supposta coppia di anziani è giovane nello spirito, si muove da giovane, cammina da giovane, ama da giovane, si arrabbia da giovane, ha energie da giovane. Così come spesso un avvenimento è più o meno vecchio nel tempo a seconda di come è emotivamente sentito o sedimentato nell’animo.
In quella notte di estate, alla luce della luna Makhulu Mamba salì su di un albero per rubarne i frutti. Mentre era appollaiato sull’albero incontrò un serpente che lo attaccò e, parole dei ragazzi, “gli fece scoppiare l’occhio”.
Makhulu Mamba mise un occhio di vetro. Ma un giorno lui arrogante nei modi ed un po’ provocante nello spirito, fu coinvolto in una rissa all’interno della lixeira. Lo raggiunse un cazzottone sul volto “Che gli fece schizzare via dall’orbita l’occhio di vetro”.
Makhulu Mamba si mise allora a cercare il suo occhio tra le montagne dei rifiuti.
“Lo ha cercato e lo ha cercato. Non lo ha mai trovato e da allora è rimasto senza occhio”.
Ho chiesto ai ragazzi di fermarsi su questa ultima immagine, mi ha particolarmente toccato. Un uomo, forse un cieco, cerca il suo occhio tra le montagne dei rifiuti. Ho chiesto di pensare cosa rappresenta per loro l’occhio e a cosa rimanda in ciascuno di loro l’immagine di cui mi hanno reso partecipe.
Da questa immagine forse possiamo costruire una storia.

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